Epifanìa d’agosto

Il mio racconto “Epifanìa d’agosto” pubblicato su La Nuova Ferrara del 1 Settembre 2019

Un racconto, una memoria collettiva

Epifanìa d’agosto è il titolo del racconto che ho scritto per La Nuova Ferrara del 1 settembre 2019.
La Nuova Ferrara è il quotidiano per il quale ho scritto per oltre un decennio e grazie al quale sono diventato giornalista pubblicista.

Qui ne trovate la trascrizione. Buona lettura!

“Cos’è il terrorismo?”

“Come dici, scusa?”

“Papà dice sempre che il nostro più grave problema è il terrorismo, ma io non so cos’è!”

Il ragazzino lo guardava innocente, seduto sulla sedia a rotelle nel balcone giusto accanto al suo. Lo conosceva da tempo quel bambino pallido e dallo sguardo intelligente e malinconico. Era il figlio del proprietario della piccola pensione nella quale trascorreva le sue vacanze. Si chiamava Antonio e soffriva di una grave forma di handicap che ne comprometteva i movimenti delle gambe.

Erano gli ultimi giorni di agosto. Riccardo Savorelli trascorreva le sue vacanze da diverso tempo sempre nella stessa località marina: un colorato insieme di case di pescatori a ridosso di una spiaggia di sassi e la costa calabra a poca distanza, oltre lo Stretto di Messina.

Da quando la moglie lo aveva lasciato, passava sempre piú tempo lí. Complici anche alcuni interessi di natura economica che, da qualche anno, intratteneva nel capoluogo, a pochi chilometri di distanza da quel paesino che era diventato, con il tempo, la sua seconda casa.

Nei lunghi e assolati pomeriggi d’agosto amava passeggiare tra i sassi, soffermarsi ad annusare il profumo piccante delle foglie degli eucalipti che crescevano a ridosso della spiaggia, osservare qualche raro pescatore dilettante che, attento ai movimenti della canna, sembrava perdersi con lo sguardo nel mare.

E poi c’era Antonio, quel bambino che il padre accompagnava in spiaggia la mattina presto o prima del tramonto. Lo spingeva piano sulla passerella di legno a strisce bianche e blu fino alla battigia, poi, delicatamente, lo sollevava e, piano, lo immergeva nell’acqua. Solo lì, in quel momento, Antonio riusciva a rilassarsi completamente e sembrava fluttuare non solo con il corpo, ma anche con i pensieri. Tra padre e figlio nessun altro gesto, nessuna parola.

Antonio, con il quale lui, Riccardo Savorelli, intratteneva piccole conversazioni pomeridiane tra balconi vicini vista mare; la loro piccola e costruttiva abitudine quotidiana.

E ora arrivava quella domanda a bruciapelo. Così semplice nella sua ingenuità, ma al tempo stesso così complessa.

Cos’è il terrorismo?

Sicuramente una cosa molto stupida, rispondeva tra sè Riccardo, conscio che non avrebbe mai potuto rendere giustizia a una domanda così intelligente con una risposta tanto banale.

A dir la verità non si era mai chiesto cosa fosse il terrorismo. Non aveva mai indagato una definizione che potesse accontentare prima di tutto lui stesso e poi anche un possibile interlocutore. Insomma, sapeva o no cosa fosse il terrorismo? Certo, lo sapeva, ma al tempo stesso non sarebbe stato in grado di darne una definizione.

Guardò Antonio con uno sguardo imbarazzato senza rispondere.

“Non sai cos’è il terrorismo?” sorrise Antonio.

“Lo so, certo – rispose Riccardo – ma non saprei come definirlo. O, meglio, non saprei darne una definzione che non fosse banale!”

Riccardo sorrise e Antonio lo imitò, rivolgendo lo sguardo verso il mare che era particolarmente tranquillo quel pomeriggio.

“Scenderai in spiaggia dopo?” chiese Riccardo al ragazzo.

“Non so. Dipende da mio padre – sospirò Antonio – è sempre impegnato ultimamente…”

“Andiamo Antonio, è ora di riposare un po’!”

La madre del ragazzo si era avvicinata alla sedia del figlio e stava già sbloccandone i freni quando, con un cenno, salutò cordialmente Riccardo. L’uomo contraccambiò il saluto.

Era una donna sui cinquant’anni, con la pelle chiara e i capelli raccolti in una coda di cavallo. Non la si vedeva quasi mai nella pensione, anche se tutto, lì attorno, ne lasciava trasparire l’influenza: semplice e tradizionale.

Aveva gli stessi occhi di suo figlio: intelligenti e maliconici.

Più tardi, passeggiando da solo tra i sassi della parte di spiaggia più isolata, quella che costeggiava un antico stabilimento termale abbandonato, Riccardo ebbe la netta sensazione che quella situazione permettesse ai ricordi di inseguirlo e che, proprio nei ricordi, avrebbe trovato una risposta a quella domanda così semplice eppure così complicata postagli dal ragazzo.

Si tuffò in acqua e nuotò per un po’ prendendo il largo. Più si allontanava dalla riva e più il fondale diveniva scuro; più nuotava e più la sensazione di venire sopraffatto dai ricordi si faceva viva.

Un abisso sotto di lui che lo spaventava e, ad un tempo, lo incuriosiva per la quantità di vita e movimento che quel buio d’abisso doveva nascondere.

Tornò a riva.

In quel fluire e ristagnare dell’acqua del mare sulla battigia, in quel continuo scorrere e fermarsi senza fine, nell’alternanza di vita e silenzio del frinire delle cicale mimetizzate sui fusti degli alberi, quasi come in una contraddizione continua tra movimento e pausa, in quel sole abbacinante che confondeva i confini delle cose, finalmente Riccardo ebbe la rivelazione di un ricordo.

Fu come uno strappo rispetto al tempo corrente. Riuscì quasi a intuirne il suono: un misto di stoffa sgualcita e carta stropicciata, carta di caramella appallottolata vicino all’orecchio.

Un piccolo sciame di vespe spolpava in quell’istante un brandello di pesce gettato da un pescatore improvvisato.

Fu uno strappo tanto potente ma al tempo stesso tanto simile, nella luce, al tempo attuale da far sembrare identici passato e presente.

Riccardo si ritrovò, nel ricordo, a casa della nonna, a Ferrara. Era un sabato mattina di inizio agosto e lui aveva tre anni, compiuti da pochi mesi. La nonna stava seduta tutto il giorno in balcone su di una poltroncina da giardino, un piede ingessato per una brutta caduta. Veniva ogni giorno una signora di fiducia per aiutarla nelle faccende domestiche. Accanto a lei un tavolino rotondo, di legno, ospitava una copia de La Settimana Enigmistica, un’immancabile matita con la gomma e il telefono a disco, grigio scuro, collegato alla presa della SIP con una prolunga che attraversava tutta la casa.

Un tendone verde, di tela pesante, proteggeva il balcone dal sole, particolarmente forte in quell’agosto afoso. Di sotto, ma quasi alla stessa altezza, poiché la nonna abitava al piano rialzato, i giardini pubblici e un bar il cui dehors era protetto dal sole da alcuni ombrelloni con il marchio Algida ben in evidenza. Oltre, un terrapieno celava i resti delle antiche mura estensi.

Oltre quello, la ferrovia che attraversava Ferrara e che Riccardo si incantava spesso a osservare, puntando i ditini verso i convogli in arresto alla stazione poco distante.

Riccardo non conservava un ricordo dettagliato di quella giornata. A tre anni ogni giorno sembra uguale all’altro, pur essendo ognuno caratterizzato da qualche piccola novità.

Di quel giorno riuscì a riportare a galla due episodi, il primo dei quali aveva completamente rimosso e che tornava alla luce ora, trentanove anni dopo.

Quella mattina, appena arrivato, trovò ad aspettarlo, oltre alla nonna, anche lo zio Mauro, all’epoca giovane studente con la passione per la fotografia.

“Mettiti accanto alla nonna – aveva detto a Riccardo impugnando la sua Nikon nuova – così vi scatto una foto!”

Riccardo aveva seguito l’invito dello zio e, passato un braccio dietro il collo della nonna, le si era quasi tuffato in grembo. Quella foto l’aveva vista qualche tempo dopo; la nonna gliel’aveva mostrata e poi l’aveva accuratamente riposta in un album in cui era solita tenere i ricordi più belli.

Riccardo ricordò che era un po’ sovraesposta, ma si riconoscevano il tendone verde e il tavolino con il giornale e il telefono. Sullo sfondo si riconoscevano anche gli ombrelloni del bar e le gambe di alcune persone sedute. Il resto del paesaggio, invece, era come svanito nel contrasto tra lo scuro del primo piano e il chiaro di uno sfondo che appariva come eclissato.

La foto sembrava emanare calore. Il calore umido tipico dell’agosto ferrarese, che ti penetra dentro, soprattutto se amplificato dall’asfalto e dalle case. Con essi i ricordi, le voci che apparivano ora confuse, mescolate al suono forte della risacca.

E poi ci fu quella telefonata. Riccardo se ne ricordò tanto improvvisamente che gli sembrò di sentirne il trillo.

La nonna aveva risposto e poi era rimasta in silenzio per alcuni attimi. Poi aveva chiaramente detto le parole “incidente”, “scoppio”, “tragedia”, “feriti”, “terrorismo”, “stazione”. Tutte parole che lui non era in grado ancora di comprendere ma che sapeva non essere parole belle, perché la nonna aveva iniziato a singhiozzare e chiedere a chi era dall’altra parte della cornetta se stesse bene e se avesse bisogno di aiuto.

Dall’altra parte del telefono c’era una sua sorella che viveva a Bologna.

Non ricordava altro di quella telefonata, solo la televisione accesa subito dopo e persone che, sporche di polvere, correvano a destra e a sinistra con barelle, di teli bianchi posati a terra, di sirene di ambulanze e di grida scomposte. Macerie, figure a terra che sembravano bambolotti o manichini, come quelli che vedeva alla Upim in piazza ogni volta che la mamma lo portava a fare un giro sulle scale mobili. Persone che si accalcavano, pompieri, grida si affastellavano nei suoi ricordi.

Un uomo passava accanto alla telecamera piangendo e dicendo qualcosa che non riuscì a capire. La cosa lo impressionò. Non aveva mai visto un adulto piangere.

Non ricordava molto di più di quella mattina, ma ciò che gli rimase impressa fu un’espressione usata da sua nonna: qualcuno vuole cancellarci.

 Era il 2 agosto 1980.

Quella sera non se la sentiva di uscire per la solita passeggiata dopocena sul lungomare. I ricordi, quei ricordi, lo avevano prosciugato. Preferì piuttosto sedersi sul balcone della stanza.

“Hai trovato una definizione per il terrorismo?”

Immerso nei suoi pensieri non si era nemmeno accorto che Antonio era lì, sul balcone accanto. Come sempre.

Dovette mostrare sorpresa e un po’ di spavento perché Antonio gli fece un sorriso imbarazzato.

“Niente passeggiata stasera?” gli chiese con un velo di malinconia sugli occhi.

“No, questa sera non me la sentivo…se devo essere sincero la domanda che mi hai fatto oggi mi ha mandato un po’ in crisi”

Gli raccontò ciò che aveva fatto nel pomeriggio, della passeggiata sulla spiaggia, del bagno là dove le acque sono più profonde, del tempo che fluiva nonostante sembrasse essersi fermato e di quella rivelazione così improvvisa quanto realistica. Solo in un secondo momento si seppe che quello che inizialmente era sembrato un incidente era stato in realtà un attentato terroristico compiuto nella sala d’aspetto della stazione di Bologna e che aveva lasciato dietro di sè 85 morti.

“Credo di avere una risposta alla tua domanda” aveva detto improvvisamente Riccardo girandosi verso Antonio.

“E allora dammela quella risposta” aveva sorriso il ragazzo.

“Il terrorismo è come una fotografia sovraesposta: cancella i volti, gli sfondi, la vita delle persone con la sua luce eccessiva”.

“Una fotografia dici? Come quella che ti scattò tuo zio?”

“Esatto, come quella che mi scattò mio zio. Vedi, una volta all’università studiai un poeta che si chiamava Eugenio Montale. Lo conosci?”

“Uhm…sì ne ho sentito parlare”

“Beh vedi, Montale pensava che alle volte i ricordi, quelli più profondi, possano essere stimolati da una situazione. Ad esempio un rumore, un suono e possano essere considerati al pari di una sorta di rivelazione. Lui chiamava queste rivelazioni ’epifanie’”.

“Come l’epifania del 6 gennaio?”

“Esatto. Come l’epifania del 6 gennaio.”

Antonio sorrise.

Riccardo proseguì.

“Oggi mentre ripensavo alla tua domanda, nel rumore del mare ma soprattutto nella luce forte del sole, mi è tornata in mente quella giornata a casa di mia nonna. E quella fotografia che mi scattò mio zio. E ho ripensato così all’attentato alla stazione di Bologna come a una fotografia che cancella anziché raffigurare qualcosa. Un qualcosa che non potrà mai più essere recuperato; le voci, i momenti della vita delle persone che vengono distrutte da qualcun altro solo per destabilizzare lo Stato, i governi, le persone in generale. Fondamentalmente, noi tutti. Un po’ come se ci fosse un prima dello scatto che, dopo la fotografia, non torna perchè la fotografia stessa non è stata in grado di salvarlo, ma, anzi, l’ha cancellato”.

“Credo di non riuscire più a seguirti tanto bene. Ma l’idea di una fotografia quasi bianca mi accontenta abbastanza come risposta alla mia domanda.”

Antonio si girò verso il mare, gli occhi maliconici come sempre. Lo stesso fece Riccardo, con un sospiro.

Da dietro i monti calabri, di là, oltre lo Stretto di Messina spuntava una grande, enorme luna rossa.